Sequestrati 400 chili di cibo avariato
Alimenti scongelati e scaduti, erano destinati a diversi ristoranti cinesi. Denunciato anche il titolare di un ristorante giapponese in centro
TORINO - Oltre 400 chili di merce avariata, consistente in pesce e carne congelata proveniente dall’India, Brasile, Thailandia e Ecuador stamattina sono stati sequestrati a Volpiano dalla polizia stradale di Chivasso, nel Torinese.La merce, scongelata e in parte anche scaduta, viaggiava all’interno di un autocarro frigorifero, che però non funzionava, condotto da un cinese . Tutto il carico proveniva da un deposito di Milano ed era destinato a diversi ristoranti cinesi della provincia di Torino, Biella, Vercelli e Novara. Tutta la merce è stata sequestrata e inviata alla distruzione.
I vigili in un ristorante giapponese del centroPersonale del Nucleo di Polizia Amministrativa della Polizia Municipale ha effettuato ieri dei controlli in un ristorante giapponese vicino a corso Matteotti.Il gestore è stato deferito all'Autorità Giudiziaria per detenzione alimenti in cattivo stato di conservazione, per tentata frode in commercio e per non aver indicato nel menu lo stato di conservazione degli alimenti da somministrare. Sono state inoltre accertate sanzioni per le precarie condizioni igieniche dei locali e per la mancanza di autorizzazione sanitaria dei locali usati come deposito.
venerdì 24 ottobre 2008
mercoledì 1 ottobre 2008
Festival di "Castrocaro"
La testimonianza di una vittima degli Eiye: «Mi hanno strappato il pene e un testicolo»
Castrato a colpi d'ascia dai giustizieri nigeriani
TORINO 01/10/2008 - L’orrore va in scena nella maxi aula 1 del Tribunale di Torino. È un susseguirsi di parole, riferimenti precisi, sensazioni ancora fresche e ricordi che fanno male. Quattro ore cariche di testimonianze crude, feroci, terribili. Un racconto unico che parla di sangue, di ferite profonde, di uomini evirati e di folli aggressioni notturne avvenute lungo le strade della città. Protetti da un paravento bianco, parlano per la prima volte le vittime della folle e sanguinaria rivalità tra le due bande criminali nigeriane dei Black Axe e degli Eiye. E le loro parole lasciano il segno.
«Prima di arrivare in Italia non sapevo neppure cosa fossero le bande di cui parliamo adesso», racconta a voce bassa, in un inglese incerto, l’uomo chiamato in aula dal giudice Walter Maccario. «Io sono nato e cresciuto nel nord della Nigeria, le bande denominate Black Axe ed Eiye si sono invece formate nell’area meridionale del paese. Non sapevo neppure che esistessero, l’ho scoperto a Torino». La scoperta, però, non è piacevole. «Un mio connazionale, un uomo che io non conoscevo ma che abitava nel mio stesso palazzo, a un certo punto ha deciso di rivolgermi la parola. Mi ripeteva che ero un “momu”, un uomo senza palle, un uomo che non è un vero uomo. Io non capivo. Solo adesso, purtroppo, riesco a dare una spiegazione a quelle parole. Quell’uomo cercava di arruolarmi, tentava di convincermi che dovevo entrare a far parte di un gruppo, del gruppo che lui e altri come lui chiamavano e chiamano Eiye. Io ho ignorato quei tentativi di approccio, me ne sono fregato. A un certo punto lo sconosciuto è stato ancora più esplicito: mi ha detto che avrei dovuto utilizzare meglio la grossa massa muscolare che mi ritrovavo, mi ha consigliato di fare qualcosa di utile per loro. Io ho continuato a ignorarlo».
Poi dalle parole si passa ai fatti. «Una sera mi trovavo in un locale, a un certo punto si è avvicinato un uomo e mi ha detto che dovevo uscire in strada, che dovevo seguirlo, andare con lui perché qualcuno voleva parlarmi. Io gli ho risposto che non se ne faceva nulla, che non l’avrei mai seguito, che non avevo alcuna intenzione di lasciare il locale e di andare con lui». Alla fine, però, il nigeriano è costretto ad abbandonare il locale e a uscire in strada. «Erano lì che mi aspettavano, erano in tanti. Mi hanno circondato, hanno cominciato a picchiare. Hanno tirato fuori le asce, mi hanno colpito ovunque, in tutto il corpo. Ho ferite sulle braccia, sulle gambe, sul petto e sulla schiena. La conseguenza terribile di quell’aggressione è che non potrò più avere figli, quegli uomini mi hanno strappato via il pene e un testicolo».
Sul posto giungono i soccorsi, l’uomo viene immediatamente trasportato in ospedale. «Non ricordo nulla di quei momenti, ricordo solo il dolore provocato dalle lame sulla pelle e poi il risveglio in un letto d’ospedale. Ho dovuto attendere tre mesi prima di poter tornare a casa». Ma in ospedale si verifica anche un episodio curioso, un piccolo giallo. «A un certo punto ricevo una telefonata, dall’altra parte c’è una voce che non conosco. È un mio connazionale, mi racconta di aver saputo dell’aggressione terribile che ho dovuto subire, mi spiega che sono stati i suoi ragazzi a ridurmi in questo stato e poi si scusa con me, mi racconta che in fondo gli dispiace che sia accaduto proprio a me. Solo in un secondo momento, tuttavia, scopro che quella voce al telefono apparteneva al capo degli Eiye, al capo della mafia. Sì, la mafia. Proprio così. Perché quegli uomini sono come i mafiosi, sono criminali che agiscono come gli affiliati a Cosa Nostra. Stessi metodi, stessa violenza. E io ho ancora paura».
Castrato a colpi d'ascia dai giustizieri nigeriani
TORINO 01/10/2008 - L’orrore va in scena nella maxi aula 1 del Tribunale di Torino. È un susseguirsi di parole, riferimenti precisi, sensazioni ancora fresche e ricordi che fanno male. Quattro ore cariche di testimonianze crude, feroci, terribili. Un racconto unico che parla di sangue, di ferite profonde, di uomini evirati e di folli aggressioni notturne avvenute lungo le strade della città. Protetti da un paravento bianco, parlano per la prima volte le vittime della folle e sanguinaria rivalità tra le due bande criminali nigeriane dei Black Axe e degli Eiye. E le loro parole lasciano il segno.
«Prima di arrivare in Italia non sapevo neppure cosa fossero le bande di cui parliamo adesso», racconta a voce bassa, in un inglese incerto, l’uomo chiamato in aula dal giudice Walter Maccario. «Io sono nato e cresciuto nel nord della Nigeria, le bande denominate Black Axe ed Eiye si sono invece formate nell’area meridionale del paese. Non sapevo neppure che esistessero, l’ho scoperto a Torino». La scoperta, però, non è piacevole. «Un mio connazionale, un uomo che io non conoscevo ma che abitava nel mio stesso palazzo, a un certo punto ha deciso di rivolgermi la parola. Mi ripeteva che ero un “momu”, un uomo senza palle, un uomo che non è un vero uomo. Io non capivo. Solo adesso, purtroppo, riesco a dare una spiegazione a quelle parole. Quell’uomo cercava di arruolarmi, tentava di convincermi che dovevo entrare a far parte di un gruppo, del gruppo che lui e altri come lui chiamavano e chiamano Eiye. Io ho ignorato quei tentativi di approccio, me ne sono fregato. A un certo punto lo sconosciuto è stato ancora più esplicito: mi ha detto che avrei dovuto utilizzare meglio la grossa massa muscolare che mi ritrovavo, mi ha consigliato di fare qualcosa di utile per loro. Io ho continuato a ignorarlo».
Poi dalle parole si passa ai fatti. «Una sera mi trovavo in un locale, a un certo punto si è avvicinato un uomo e mi ha detto che dovevo uscire in strada, che dovevo seguirlo, andare con lui perché qualcuno voleva parlarmi. Io gli ho risposto che non se ne faceva nulla, che non l’avrei mai seguito, che non avevo alcuna intenzione di lasciare il locale e di andare con lui». Alla fine, però, il nigeriano è costretto ad abbandonare il locale e a uscire in strada. «Erano lì che mi aspettavano, erano in tanti. Mi hanno circondato, hanno cominciato a picchiare. Hanno tirato fuori le asce, mi hanno colpito ovunque, in tutto il corpo. Ho ferite sulle braccia, sulle gambe, sul petto e sulla schiena. La conseguenza terribile di quell’aggressione è che non potrò più avere figli, quegli uomini mi hanno strappato via il pene e un testicolo».
Sul posto giungono i soccorsi, l’uomo viene immediatamente trasportato in ospedale. «Non ricordo nulla di quei momenti, ricordo solo il dolore provocato dalle lame sulla pelle e poi il risveglio in un letto d’ospedale. Ho dovuto attendere tre mesi prima di poter tornare a casa». Ma in ospedale si verifica anche un episodio curioso, un piccolo giallo. «A un certo punto ricevo una telefonata, dall’altra parte c’è una voce che non conosco. È un mio connazionale, mi racconta di aver saputo dell’aggressione terribile che ho dovuto subire, mi spiega che sono stati i suoi ragazzi a ridurmi in questo stato e poi si scusa con me, mi racconta che in fondo gli dispiace che sia accaduto proprio a me. Solo in un secondo momento, tuttavia, scopro che quella voce al telefono apparteneva al capo degli Eiye, al capo della mafia. Sì, la mafia. Proprio così. Perché quegli uomini sono come i mafiosi, sono criminali che agiscono come gli affiliati a Cosa Nostra. Stessi metodi, stessa violenza. E io ho ancora paura».
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